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Palazzo Braschi, Roma

dal 30 novembre 2016 fino al 7 maggio 2017

“L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità. . .”. Roberto  Longhi, storico dell’arte, nel saggio del 1916.

E’ stata la prima artista a diventare membro dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze, nel 17° secolo, in un’epoca in cui le donne non erano facilmente accettate. A Roma saranno esposte circa 100 opere di Artemisia Gentileschi, un geniale talento femminile nello scenario pittorico italiano.

Artista sorprendente e donna di titanica personalità che riesce a coinvolgere  intensamente lo spettatore, pioniera com’era del trionfo dell’estro femminile. Determinata di carattere e con una ostinata tenacia, ha costantemente raffigurato nelle sue tele donne coraggiose che sanno come esercitare la propria personalità alla pari con gli uomini.

Chi è Artemisia Gentileschi

Rivalutata soltanto agli inizi del ‘900 grazie alla ricerca dello storico dell’arte Roberto Longhi, Artemisia ha vissuto e lavorato soprattutto a Firenze, Roma e Napoli. Fin da bambina fece apprendistato artistico alla bottega del padre Orazio, pittore di scuola caravaggesca, studiando la raffinatezza del disegno e l’amalgama dei colori lucenti.

Artemisia studiò musica e letteratura, impiegando la sua bellezza e il fascino per impressionare i ricchi mercanti e nobili di Firenze, con l’obiettivo di ingraziarsi la potente dinastica dei Medici. Aveva capito che l’aspetto appropriato avrebbe elevato la sua posizione, per questo indossava costosi abiti di seta, che acquistava a credito.

Artemisia Gentileschi.Lasciate che i pargoli vengano a me, 1629-30 ca. Olio su tela, 134,6x97,7. Arciconfraternita dei Santi Ambrogio e Carlo in Roma. © Giuseppe Schiavinotto
Lasciate che i pargoli vengano a me, 1629-30 ca. Olio su tela, 134,6×97,7. Arciconfraternita dei Santi Ambrogio e Carlo in Roma. © Giuseppe Schiavinotto

La fama della Gentileschi è stata stata messa in ombra per oltre tre secoli da scandali e tragedie, ma sopratutto dalla vicenda che marchiò terribilmente la sua vita privata di donna e la sua fama postuma. Nel 1611 fu violentata; il suo stupratore, Agostino Tassi, collega e amico del padre della giovane, le promise reiterate volte che l’avrebbe sposata; dato che la promessa non fu mai mantenuta, soltanto un anno dopo Artemisia lo portò in giudizio.

Durante il lungo processo, purtroppo più che le azioni del suo stupratore, era la reputazione della pittrice l’ostacolo pregiudiziale per quel tempo. Il fatto provocò molte maldicenze e spesso le udienze furono un espediente per diffamare la giovane donna, ormai vista con titubanza per aver celato il sopruso e forse, per alcuni, consenziente.

Artemisia e Giuditta

Tassi fu comunque condannato all’esilio da Roma ma la vita sessuale della donna fu scandagliata fino alla tortura e la testimonianza della sua verginità un vano tentativo di difesa. Una sua tela Giuditta decapita Oloferne (1612-13), è decifrata in una lettura psicoanalitica, come proposito di rivalsa verso la coercizione patita, un riflesso del proprio dolore, così scioccante è la brutalità della scena dipinta. Chiuso il processo per stupro, Orazio Gentileschi organizzò un matrimonio riparatore per la figlia con un pittore fiorentino, in modo che recuperasse l’onorabilità perduta.

Artemisia Gentileschi. Giuditta decapita Oloferne, (1620 ca.). Olio su tela cm 199×162,5. Galleria degli Uffizi, Firenze
Giuditta decapita Oloferne, (1620-21 ca.). Olio su tela cm 199×162,5 (dettaglio). Gallerie degli Uffizi, Firenze

Lo stile della Gentileschi si ispira palesemente al dipinto di Caravaggio di alcuni anni prima, ma l’interpretazione di Artemisia esprime un tale feroce realismo. Nelle tele dell’artista le ritmiche luci danzanti vibrano con intense contrapposizioni, trasformando le singole opere in avvincenti scenografie teatrali.

Il trauma dello stupro della Gentileschi e il processo senza giustizia vivono nella sua arte ma non la schiacciano nella sua sofferenza. Al contrario, la potenza viscerale dei suoi dipinti l’ha resa una dei più famosi artisti in Europa. Un realismo brutale si aggiunge alla scena di Giuditta con un effetto rivolinterpretato.

Femminista ante litteram

Nel suo quadro più famoso Artemisia ci suggerisce che soltanto coalizzandosi due donne possono uccidere questo bruto violentatore. “Se noi donne siamo unite, possiamo combattere contro un mondo governato da uomini”. Questo è il messaggio che anticipa di tre secoli il movimento femminista, con cui la  Gentileschi si muove forte e coraggiosa nel creare la propria immagine, l’eroina della sua stessa vita, la sua celebrità contro tutti. Per la sua vendetta aveva una soltanto pennelli e tavolozza. Non riusciva a scrivere la sua storia ma poteva dipingerla cambiandone la fine.

Le sue tele furono commissionate da ricchi mecenati e dal Granduca Cosimo II de Medici e la Granduchessa Cristina. Fu anche amica di Galileo Galilei. La tragedia, però, l’avrebbe colpita ancora una volta nella sua vita. I primi tre dei suoi figli non sopravvissero all’infanzia, e all’unica figlia rimasta, Artemisia le insegnò a dipingere, come suo padre aveva fatto con lei.

Nel 1620, superati i problemi finanziari, Artemisia conquistò una sua indipendenza economica, abbandonò il marito per tornare a Roma nel 1621. Trascorse un decennio viaggiando in Europa, dipinse a Genova, Venezia e in Inghilterra, prima di stabilirsi permanentemente a Napoli.

La lezione di Artemisia

Come artista è la maestria di un pentagramma sofisticato dove ha scritto una partitura con colori  brillanti e splendenti, impreziositi da una pennellata pastosa e vellutata. Coma donna ornare l’aggraziata fisicità delle figure femminili, appropriandosi del carattere indomabile di giovane profanata fisicamente ma pronta al riscatto e all’indipendenza ad ogni costo.

I suoi quadri sono indubbiamente autobiografici e comunicano una potente visione personale. Come Frida Kahlo, Louise Bourgeois e Tracey Emin, la gentileschi ha scritto il diario della sua vita nella sua arte.

L’esposizione, promossa e prodotta da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Arthemisia Group e organizzata con Zètema Progetto Cultura, vanta prestiti da tutti i principali musei del mondo – dal Metropolitan Museum di New York, dal Museo di Capodimonte, dal Wadsworth Atheneum di Hartford Connecticut, dalla Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze e dal Národní galerie v Praze di Praga.

Accanto alle opere di Artemisia, anche quelle dei grandi protagonisti del ‘600 come Cristofano Allori, Simon Vouet, Giovanni Baglione, Antiveduto Grammatica e Giuseppe Ribera.

Curatori: Francesca Baldassari, Judith Mann, Nicola Spinosa. Catalogo Skira
Orario: martedì-domenica ore 10.00-19.00. La biglietteria chiude un’ora prima
Biglietti: Intero € 11,00; Ridotto € 9,00

Immagine del titolo. Giuditta decapita Oloferne, 1617. Olio su tela, cm 159×126. Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli. (L’opera sarà in mostra da febbraio)

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