Jackson Pollock e Michelangelo. Sfida tra titani

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Jackson Pollock. Senza titolo, 1937-1939, matite colorate e grafite su carta (part.)
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Palazzo Vecchio, Firenze

Fino al 27 luglio 2014

Alla domanda “Qual è il significato dell’arte moderna?” Jackson Pollock rispose: “L’arte moderna è l’espressione delle tensioni contemporanee che l’uomo vive. Un pittore non deve ricercare l’oggetto al di fuori di se stesso, ma ispirarsi al mondo interiore. Quando stai per dargli una forma questa è già svanita”.

Accostando idealmente l’opera dell’artista americano a quella di un altro colosso dell’arte universale, Michelangelo Buonarroti (1475-1564) di cui proprio quest’anno si celebra il 450° anniversario della morte, Firenze rende omaggio per la prima volta a Jackson Pollock (1912 -1956), uno dei grandi protagonisti dell’arte mondiale del XX secolo, colui che ha scardinato le regole dell’arte figurativa occidentale disgregando le ultime fortificazioni della prospettiva rinascimentale.

Michelangelo. La Battaglia dei centauri, casa Buonarroti-Katartei
Michelangelo. La Battaglia dei centauri, casa Buonarroti

L’idea di tale esposizione è nata studiando una serie di disegni dell’artista americano conservati al Metropolitan Museum of Art, di New York, già pubblicati nel 1997 da Katharine Baetjer in occasione di un’esposizione temporanea organizzata dal grande museo americano e dedicata a dei quaderni da lavoro di Pollock e alla sua relazione con gli “antichi maestri”. In questi preziosi taccuini da disegno – Sketchbooks I, II – Pollock è fortemente impressionato dalle immagini della volta della Cappella Sistina e del Giudizio universale. Si riconoscono infatti almeno tre ignudi, oltre al profeta Giona, all’Adamo che riceve lo spirito della vita, ad alcune figure dal Giudizio.

Durante il suo apprendistato presso Thomas Hart Benton, uno dei grandi protagonisti della pittura americana della prima metà del ‘900, Pollock aveva avuto occasione di conoscere alcuni capolavori del Rinascimento italiano. Benton ammirava moltissimo Michelangelo, Tintoretto, El Greco e Rubens, pittori che i suoi allievi dovevano studiare per apprendere l’utilizzo delle forme del corpo umano, prestando la massima attenzione per i volumi, per il pieno e il vuoto, per l’antitesi eloquente di moti intimi ed esteriori alla struttura del corpo umano. “E’ qui che possiamo cogliere le basi delle composizioni astratte di Pollock, – spiegano i curatori – qui l’artista è alla ricerca di quel suo linguaggio che lo porterà oltre la tradizione figurativa europea”.

Tradizione che tuttavia rimase imprescindibile anche dopo il suo risoluto distacco come dichiarò Lee Krasner, artista e compagna di Pollock: “Molti quadri, tra i più astratti, cominciavano con un’iconografia più o meno riconoscibile – teste, parti del corpo, creature fantastiche. Una volta chiesi a Jackson perché non smettesse di dipingere i suoi quadri non appena una data immagine vi aveva preso forma. Mi rispose: Quello che voglio coprire sono le figure”.

Pollock supera ben presto l’addestramento della copia accademica di questi capolavori e nella in particolare di Michelangelo. I disegni in mostra manifestano, infatti, il coinvolgimento da lui riposto nello studio delle anatomie e delle muscolature, così da esprimere sentimenti di dolcezza e di grazia, ma anche di tensione e potenza.

A distanza di quattrocento anni esplode nel gesto e nello sbocco creativo il parallelismo fra i due grandi artisti: il soffio vitale della creazione, l’istinto insopprimibile del parto creativo che assume una essenza altamente spirituale nello studio e nella ricerca mai pienamente soddisfatti della bellezza universale e dell’infinito come linea estrema del fare arte. Come la rivelazione di Dio per Michelangelo, per il quale la perfezione resta traguardo inaccessibile, Pollock, al contrario, ha tentato di perseguire il suo massimo supremo, l’idea di piena armonia globale. Pollock, infatti, parte dalla percezione di un’immagine, ma arriva nel proprio inconscio a disgregarla completamente, ribaltandola e rigenerandola in infiniti mutamenti e decodificazioni.

Partendo dalla intensa lezione della genialità di Michelangelo, Pollock sconvolse il modo di dipingere, scavalcando la classica tela sistemata sul cavalletto: stendeva la tela sul pavimento intervenendo da tutti i lati, girandogli intorno, impregnato da furore passionale e dinamico come in una danza rituale. Nacque così la tecnica del dripping, la sgocciolatura diretta del colore sulla tela dai tubetti o dal barattolo e a volte dal secchio, escludendo i pennelli. Harold Rosemberg nel 1952 definì questa tecnica “action painting” (pittura d’azione) per descrivere l’impellenza del pittore di forgiare l’opera con il coinvolgimento fisico e spirituale, talvolta con irruenza, in un conflitto totale con la tela.

“Non dipingo sul cavalletto. Preferisco fissare le tele sul muro o sul pavimento. Ho bisogno dell’opposizione che mi dà una superficie dura. Sul pavimento mi trovo più a mio agio. Mi sento più vicino al dipinto, quasi come fossi parte di lui, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorarci da tutti e quattro i lati ed essere letteralmente “dentro” al dipinto. Questo modo di procedere è simile a quello dei “Sand painters” Indiani dell’ovest”. (Jackson Pollock)

Jackson Pollock ritratto da Wilfred Zogbaum nello studio di Fireplace road, 1947-Katarte
Jackson Pollock ritratto da Wilfred Zogbaum nello studio di Fireplace road, 1947

Prestigiose sono una serie di straordinarie opere grafiche (Pollock Krasner Foundation): due del secondo lustro degli anni Quaranta, dove i tratti dello stile di Pollock iniziano a definirsi in modo più maturo nel realizzare figure e segni privi di ogni armatura andando spesso a creare delle texiture intersecanti – quì i riferimenti a Michelangelo sono palesi, in particolare in una delle incisioni con grovigli di segni di figure, sembrano ricondurre a quello di corpi della Battaglia dei centauri del Buonarroti; altrettanto significative le altre due opere grafiche degli anni Cinquanta, in cui torna a farsi urgente la necessità di confronto tra l’azione espressiva e la comunicazione figurativa di volti e anatomie.

Jackson Pollock ritratto da Wilfred Zogbaum nello studio di Fireplace road, 1947-Katarte
Jackson Pollock ritratto da Wilfred Zogbaum nello studio di Fireplace road, 1947

Oltre ai sei cruciali disegni – eccezionalmente prestati dal Metropolitan Museum di New York e per la prima volta esposti in Italia – sono presenti alcuni dipinti e incisioni di Pollock concessi da musei internazionali e collezioni private: opere ancora giovanili degli anni Trenta, Panel with Four designs, The Pollock Krasner Foundation, New York – per gentile concessione della Washburn Gallery, New York, e Square composition with horse (Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma), dipinti degli anni Quaranta The water Bull (Stedelijk Museum, Amsterdam) e Earth Worms (Museum of Art di Tel Aviv) dove il suo stile più caratteristico, nella sfera dell’espressionismo astratto, si va delineando.

La mostra si compone di una seconda sezione nel Complesso di San Firenze e più precisamente nella Sala della musica che offre spazi interattivi, apparati multimediali e didattici, dove, attraverso allestimenti creativi, si propongono proiezioni e filmati sulla vita e l’arte del pittore, riproducendo l’ambiente in cui creava, tanto da percepire l’odore delle tinte. Le opere di Pollock possiedono infatti un’energia creativa capace di rapire e coinvolgere totalmente l’osservatore: l’immersione nell’universo di Pollock, penetrare quasi una tela un “passare attraverso” in modo che l’immedesimazione del pubblico sia più veritiera.

Jackson Pollock. Senza titolo, 1937-1939, Recto. Matite colorate e grafite su carta, cm. 43.2 x 34.9. The Metropolitan Museum of Art, New York
Jackson Pollock. Senza titolo, 1937-1939, Recto. Matite colorate e grafite su carta, cm. 43.2 x 34.9. The Metropolitan Museum of Art, New York

Di notevole fascino, il dipinto Composition with Black Pouring della collezione Olnick-Spanu che Jackson Pollock teneva nel proprio studio con particolare affezione. Opera poi appartenuta a Hans Namut, il fotografo che con i suoi reportages del 1949 fece conoscere a tutti il modo di lavorare di Pollock.

La mostra è organizzata da Opera Laboratori Fiorentini – Gruppo Civita con la collaborazione di Cariparma Crédit Agricole come main sponsor e il sostegno di Prelios, FAI Service e Unipol. La sezione multimediale è realizzata da Art Media Studio di Firenze. Il catalogo è edito da Giunti Arte Mostre e Musei.

 

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1 COMMENT

  1. Ciò che caratterizza il genio è la presenza di processi ricorsivi nelle opere, anche in modo inconsapevole. Come il moltiplicarsi all’infinito dell’immagine di un oggetto posto tra due specchi piani paralleli. Pollock aveva elementi ricorsivi nelle sue opere, che hanno permesso di riconoscere i falsi che ne sono assenti. Ciò dovuto alla presenza in piccola scala di frattali nei suoi disegni che sono ricorsivi per definizione e per natura. In Michelangelo è presente direttamente il gioco di specchi.. Nella Cappella Sistina, nella Creazione dell’uomo, le mani del Padre toccano il futuro Figlio dell’uomo, e sono protese verso Adamo, in modo similare. Simili nella Caduta dell’uomo sono l’angelo e il serpente tentatore. L’angelo e il serpente sono speculari. Sembrano dei gemelli. Simili sono Aman crocifisso nella Volta della Cappella Sistina e il Gesù del Giudizio Universale sulla parete d’altare. Gesù morì sulla croce interpretando anche la parte di Aman in un carnevale ebraico? In tal senso il “non finito” di Michelangelo è associabile alla “non forma” di Pollock, perché entrambi frutto, o portatori di processi ricorsivi-speculari. Cfr. Ebook (amazon) di Ravecca Massimo: Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.