Non solo designer, ma artista completo: Bruno Munari

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Macchine inutili, 1940-53
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Museo del Novecento, Milano

6 aprile – 7 settembre 2014

“La fantasia è una capacità dello spirito capace di inventare immagini mentali diverse dalla realtà dei particolari o dell’insieme: immagini che possono anche essere irrealizzabili praticamente. La creatività invece è una capacità produttiva dove fantasia e ragione sono collegate, per cui il risultato che si ottiene è sempre realizzabile praticamente”. Così Bruno Munari raccontava l’origine e il senso del proprio talento: un’attività che nasceva dalla fantasia per approdare nella realtà dando vita alla “cultura del progetto” contemporanea.

Negativo-positivo, 1953, olio su tavola, cm. 100x100
Negativo-positivo, 1953, olio su tavola, cm. 100×100

Nel corso di una lunga carriera artistica, Munari ha esplorato e sperimentato diversi  linguaggi e  forme espressive, dalla grafica al design, dalla pedagogia all’editoria, dalle arti visive e plastiche al disegno industriale, con un fare artistico innovativo e sempre personalissimo, si è avvicinato a tutti i media, ha interloquito con tutti. L’esposizione che il museo milanese gli dedica “Munari Politecnico”, è il racconto di un esplosivo e poliedrico creativo, personaggio di spicco dell’arte non solo italiana, uno degli artisti italiani più celebri del secondo dopoguerra e enciclopedico attore di numerosi gruppi artistici. Le opere esposte provengono dal Museo del Novecento di Milano, dall’ISISUF e da varie collezioni private, comprendendo tantissimi inediti da non perdere.

Dalle Macchine Inutili degli anni 30 al Futurismo milanese della seconda generazione, e ancora dagli anni del MAC (Movimento Arte Concreta) con Gillo Dorfles, alle collaborazioni con Enzo Mari, Max Bill, Franco Grignani e Max Huber, l’evento ripercorre la collezione dialogando con la generazione di artisti che ha condiviso con Munari la tensione creativa e l’orientamento al progetto. La visita è organizzata in quattro sezioni: gli orientamenti artistici giovanili, il rapporto con la ricerca scientifica, i nuovi scenari disciplinari e la produzione artistica in rapporto ai movimenti del Novecento. 

Scultura da viaggio rossa , 1958
Scultura da viaggio rossa , 1958

Nel 1930 comincia a costruire le Macchine Inutili – i primi “mobile” nella storia dell’arte italiana. Liberare la pittura astratta dalla staticità del dipinto è il proposito primario, sfruttando l’azione dell’aria come energia fluttuante per gli oggetti sospesi, staccandosi decisamente da una posizione futurista ancorata all’idea di macchina pomposa e di facile progresso.

Ciò che l’artista e designer milanese pensava del proprio mestiere lo si può leggere in questi lavori, minimizzando così la funzione dell’arte e specificatamente della scultura, dandogli la caratteristica della mobilità, la scultura come elemento familiare che si carica di simboli, di memoria, un punto fermo della nostra intima storia personale.  Occorre far capire che finché l’arte resta estranea ai problemi della vita, interessa solo a poche persone.

“Sculture pieghevoli” Così la rivista di architettura e design Domus descriveva questi oggetti fatti con cartoncino (ma anche con legno di pero, metallo e plastica) e leggere: “le più piccole da mettere in valigia e portare con sé, quando si parte: perché creino ad ognuno, nelle anonime stanze d’albergo, come un punto di riferimento col mondo della propria cultura”.

Lampada Falkland, 1964
Lampada Falkland, 1964

Negli anni ’90, rifacendosi  ai progetti delle piccole sculture in cartoncino, l’artista realizza opere più grandi che, talvolta, diventano imponenti strutture alte anche 8 metri. Riva del Garda, Portofino, Cantù,  sono i diversi luoghi dove oggi si possono ammirare queste possenti opere . Pur nascendo come un gioco, le sculture da viaggio partono con l’idea di bilanciare opere in altro modo fin troppo compassate, perchè in fondo c’è sempre un velato sapore ludico che fa ricordare… “giocare è una cosa seria”(B. Munari).  “Con un po’ d’ironia, a nostra volta, potremmo dire che il suo mondo ideale è un asilo-nido per adulti” (Giulio Carlo Argan, 1979).

Queste opere vivono di influssi e simmetrie, in quanto menzionate da Munari nei suoi libri quali quelle di Mary Vieira e Victor Vasarely e in quanto congiunte ad artisti con i quali si relazionava come Getulio Alviani, Arturo Bonfanti, Paolo Scheggi e Marina Apollonio. Di sensibile spicco anche coloro che hanno condiviso momenti particolari, quali Carlo Belloli, e dopo il Gruppo T. Infine, fanno parte di questa stessa sezione Giulio Paolini e Davide Mosconi che con Munari hanno mantenuto una eccellente correlazione in termini di competenza e impulso creativo.

Libro illeggibile 1
Libro illeggibile 1

L’esposizione che ha come titolo “Chi s’è visto s’è visto” è  il Focus principale dedicato all’opera fotografica, in parte inedita, da due autori che per decenni hanno lavorato gomito a gomito con Munari, testimoniando i momenti della vita artistica e umana dell’autore.  “Chi s’è visto s’è visto”, espressione cara a Munari per sovvertire e reinterpretare tutti i dogmi dell’arte durante la lunga e amichevole collaborazione, tanto con Ada Ardessi quanto con Atto, che per oltre quarant’anni hanno documentato le più importanti tappe del suo percorso creativo.

“Il sogno dell’artista è comunque quello di arrivare al Museo, mentre il sogno del designer è quello di arrivare ai mercati rionali”.
Bruno Munari, 1971

Lezione di Bruno Munari sulle sculture da viaggio con gli studenti dell’Università di Venezia nel 1992

 

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