DREAMINGS. I pittori Aborigeni australiani, ispirati da Giorgio de Chirico

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Ngapa Jukurrpa. Water dreaming Mikanji, 2010, (part.)
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Museo Carlo Bilotti, Roma

fino al 2 novembre 2014

[box type=”shadow” ]”Con il termine Pittura del Deserto Occidentale si definisce oggi la produzione artistica delle comunità Aborigene più isolate in sei aree desertiche situate nell’Australia centrale e occidentale. La popolazione totale di queste comunità disseminate nell’immensità del deserto, è di sole 30.000 persone su un’area grande mezza Europa”. Scrive Ian Mc Lean nel catalogo.[/box]

Nel 1971 una ventina di artisti, spinti dal pressante desiderio di comunicare la propria visione del mondo a un pubblico più vasto, diedero vita al movimento della pittura del Western Desert in una località in particolare,  Papunya, una piccola comunità australiana, da cui poi si diffuse assumendo via via caratteristiche regionali. Destinata al mercato dell’arte, questa produzione utilizza materiali moderni – colori acrilici su tela – e presenta diverse analogie con l’arte occidentale contemporanea.

Un’autodeterminazione iniziata negli anni settanta ha partorito questo movimento, dopo che agli Aborigeni furono concessi gli stessi diritti civili degli altri australiani. In questo periodo il governo assunse il controllo delle missioni e gli Aborigeni fecero gradualmente ritorno alle loro terre di origine, aggregandosi in comunità isolate. E fu qui che nacquero i primi centri d’arte destinati a diventare il fulcro dell’attività culturale ed economica di quelle popolazioni.

Gloria Tamerre Petyarre, 2006, cm. 96 x 144
Gloria Tamerre Petyarre, 2006, cm. 96 x 144

La mostra Dreamings. L’Arte Aborigena Australiana incontra de Chirico invita il visitatore ad immaginare un ipotetico dialogo all’interno di una rappresentanza di artisti aborigeni australiani venuti a conoscere il massimo esponente dell’arte metafisica, Giorgio de Chirico. L’arte metafisica individua delle arcane analogie tra gli oggetti anche nei diversi tempi storici, come se impercettibili energie interloquissero fra di loro mentre operano nel cosmo. I dipinti fanno riferimento a specifiche storie e luoghi particolari che hanno anche uno spessore di contemporaneità. Come l’armonia e le scansioni musicali, i motivi astratti favoriscono tanto il canto, quanto il sogno a occhi aperti e la “contatto metafisico”.

Attraverso la pittura, gli artisti aborigeni rappresentano i loro “incontri” con una possente tangibilità universale, soprannominata il Sogno (Dreaming). Ossia l’indagine sulle proprie radici abissali, una stagione di spiritualità anteriore addirittura alla storia e alla creazione del mondo degli umani. Ricerca che per gli occidentali è invece evocazione di profondità tutte interiori, spazi ignoti dove soltanto l’arte ha la capacità di scandagliare. Una marcata analogia si riscontra tra la loro produzione artistica e la ricerca del pittore italo greco di intime realtà, radicate, nel suo caso, nella cultura classica del Mediterraneo.

Ngura Country, 2011, cm. 121x121
Ngura Country, 2011, cm. 121×121

 

Anche per Giorgio de Chirico il mondo classico del mito lo intendeva come una specie di sogno. E così i 18 lavori di Giorgio de Chirico presenti nella collezione permanente del Museo, diventano occasione per un avvicinamento ad alcuni dei nomi più rilevanti dell’Arte Aborigena odierna, come Imants Tillers. Appassionato artista interessato sia all’arte di de Chirico che all’arte Aborigena australiana, per le contaminazioni metafisiche che legano entrambe, Tillers dipinge delle opere d’arte perfettamente appropriate a operare da collegamento tra questi habitat così distanti tra loro.

Nell’interrogarsi su ciò che accade quando tali artisti metafisici provenienti dai poli opposti del pianeta si incontrano attraverso l’arte, questa mostra affronta una questione cruciale nell’arte contemporanea, in quanto la globalizzazione costringe a chiederci nontanto cosa divida l’umanità ma piuttosto cosa la unisca. Per chi, come noi, crede che esista un senso cosmologico nelle relazioni che governano il mondo, la globalizzazione riveste un significato metafisico allo stesso modo in cui è considerata materia politica o economica.

Ngapa Jukurrpa. Water dreaming Mikanji, 2010, cm. 152x152
Ngapa Jukurrpa. Water dreaming Mikanji, 2010, cm. 152×152

Le opere qui esposte provengono per la maggior parte da oltre una decina di centri artistici isolati nel Deserto Occidentale, ma sono rappresentate anche altre comunità.  Si avrà l’impressione che si tratti di un’unica Scuola d’arte ma ai più attenti di quest’arte non sfuggiranno le particolarità delle diverse scuole e anche l’inconfondibile stile  di ciascun artista. E in un certo senso lo è. Come per i vari movimenti artistici modernisti sviluppatisi in Europa, la pittura del Deserto Occidentale presenta stili, contenuti e storie simili. Inoltre, in esposizione, vi sono anche opere di due artisti indigeni di cultura urbana, Christian Thompson e Judy Watson, che, con stile contemporaneo, affrontano i temi del territorio e dell’identità.

Più di 50 le opere selezionate eseguite prevalentemente in acrilico a partire dagli anni ’90 dai più importanti artisti indigeni australiani contemporanei, esemplificative dei diversi stili e delle varie scuole artistiche delle regioni desertiche centrali e occidentali dell’Australia. Le opere provengono in gran parte da una delle più rappresentative collezioni private del settore, quella dei francesi Marc Sordello e Francis Missana.

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