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Guggenheim Museum, New York

dal 9 ottobre 2015 fino al 6 gennaio 2016

Chi avrebbe mai profetizzato che un medico prigioniero di guerra sarebbe diventato un astro dell’arte moderna, abile maestro plasmatore della materia? Durante la Seconda Grande Guerra fu catturato nel nord Africa, finì prigioniero nel Texas e in quel campo avvenne la metamorfosi: da medico si trasformò in artista. Burri scoprì in quel posto poco adatto nuovi materiali di scarto trovati casualmente (le tele erano un sogno), iniziando così il viaggio e il superamento dei confini dell’arte.

New York è sempre bella ma ieri era più bella. La mostra di Alberto Burri illumina di splendore l’eccentrica architettura del Guggenheim Museum che si è vestito a festa come location ideale per ospitare i capolavori del grande artista umbro, a distanza di trentotto anni dalla precedente esposizione.

Walter Verini, promotore della “Legge per il Centenario di Burri“, presente all’evento: “Le centinaia di intellettuali e cittadini newyorkesi che hanno affollato l’anteprima erano semplicemente entusiasti, così come i giornalisti che hanno affollato la conferenza stampa e come i tanti italiani residenti presenti insieme con la delegazione venuta dall’Umbria e da Città di Castello a fare giustamente, in qualche modo, gli onori di casa. Una grande mostra, opere emozionanti, in parte mai viste perché provenienti da collezioni private. Uno straordinario biglietto da visita per l’Italia, per l’Umbria, per la Cittá di Castello di Alberto Burri. Una speranza, una fiducia in più, perché il Centenario del Maestro duri molto più di un anno”.

Con questa stratosferica retrospettiva “Alberto Burri: The Trauma of Painting” Burri, nel centenario dalla sua nascita, ritorna in America, nel mondo che per primo lo scoprì e che lo celebra con la più grande mostra mai allestita negli Stati Uniti. Cento capolavori dell’artista umbro nella rotonda di Frank Lloyd Wright, a Manhattan.

L’esposizione acclama il maestro italiano come protagonista della scena artistica mondiale del secondo dopoguerra. Nello scandagliare il fascino e la problematicità dell’evoluzione creativa, che è il pilastro dei capolavori di Burri, avvertiamo il totale divorzio dell’artista dalle tele e dagli stili già affermati, magnificando le nuove e personali tecniche con l’uso di pigmenti singolari, di cuciture, combustioni, lacerazioni e materiali poveri. Nobile viaggiatore tra collage e assemblaggio, Burri, ai pennelli e alla pittura preferiva dedicarsi alla manipolazione di sacchi di juta strappati e rammendati, tele con protuberanze in rilievo e plastiche industriali amalgamate. Un lessico assolutamente astratto esternato su lavori che alludono frequentemente a corpi umani, veli e raffinate ferite di parti intime, con un tatto che anticipa il movimento artistico femminista degli anni ‘60.

Burri e i Sacchi

Oltre alla serie dei Sacchi, il lavoro più famoso di Burri, sono esposte altre serie meno conosciute dell’artista ma che usufruiscono in questa esposizione di un abbondante spazio: Catrami, Muffe, Gobbi (tele con rigonfiamenti in rilievo che si aggettano nello spazio), Bianchi (monocromi), Legni (combustioni di legni), Ferri (pezzi prefabbricati di lamiera in metallo), Combustioni plastiche (fogli di plastica fusa), grandi Cretti (effetto craquelure) e Cellotex (truciolato intagliato e decorticato).

Molti critici, artisti e galleristi americani si appassionarono molto all’opera di Burri sin dalla prima metà degli anni Cinquanta. Robert Rauschenberg ne rimane influenzato osservando le sue sperimentazioni durante la visita del suo studio a Roma nel 1953. Dagli anni ’60 Burri frequentò col suo lavoro le gallerie americane con mostre che lasciarono rilevanti testimonianze nell’ambiente artistico di New York e Chicago.

Quello del Guggenheim, curato da Emily Braun, è un progetto di importanza storica, un’occasione irripetibile per far conoscere alle nuove generazioni la rivoluzione linguistica universale della pittura del Maestro Tifernate.

“Alberto Burri: The Trauma of Painting” è stata resa possibile grazie al sostegno di Lavazza. Si ringrazia inoltre anche The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts che ha sostenuto questa iniziativa e la generosità dimostrata dal Leadership Committee dell’esposizione, presieduto da Pilar Crespi Robert e dal consigliere d’amministrazione Stephen Robert. Un ringraziamento speciale va a Maurice Kanbar, nonché a Luxembourg & Dayan, alla fondazione Richard Roth, Isabella del Frate Rayburn, Sigifredo di Canossa, Dominique Lévy, Daniela Memmo d’Amelio, Samir Traboulsi, Alberto e Gioietta Vitale, e tutti coloro che preferiscono mantenere l’anonimato. Ulteriori fondi sono stati messi a disposizione da Mapei Group, E. L. Wiegand Foundation, Mondriaan Fund, Italian Cultural Institute of New York, La FondazioneNY e il New York State Council on the Arts.

Link: www.guggenheim.org/burri

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