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Mudec – Museo delle Culture, Milano

dal 28 ottobre 2016 al 26 febbraio 2017

Un talento sbalorditivo nel fondere insieme un oceano di stimoli, dai fumetti con colori sfolgoranti alla letteratura beat, dalla break dance, storia, jazz, hip hop, fino al consumismo, tutti targati Brooklyn. “Basquiat ha conquistato il mondo” attraverso il suo “genio”, dice Gianni Mercurio, che ha progettato la mostra assieme a Jeffery Deitch, un amico del pittore.

Milano dedica una grande retrospettiva all’artista contemporaneo con il più alto rating del mondo. Le opere, realizzate tra il 1980 e il 1987, sono per lo più provenienti dalla collezione privata di Jose Mughrabi. “Il frutto di una passione che dura da oltre 30 anni”. ha dichiarato il collezionista.

Jean-Michel Basquiat a Milano. Untitled (Fallen Angel), 1981. Acrilico e pastello grasso su tela, cm 168 x 197,5, Milano, Collezione privata
Untitled (Fallen Angel), 1981. Acrilico e pastello grasso su tela, cm 168 x 197,5, Milano, Collezione privata

Nato nel 1960 a Brooklyn, da genitori di origine haitiana e portoricana, Basquiat esordisce alla fine degli anni Settanta con alcuni graffiti fatti per strada, firmandosi SAMO (Same Old Shit, la solita vecchia merda). Nel 1983 il suo incontro con Andy Warhol, che sarà il suo mentore, decreta la sua fortuna artistica, così come la sua amicizia con un altro famoso graffitista, Keith Haring. Dai disegni alle ceramiche, tele e opere su tavole, più di cento opere tracciano la carriera di Jean-Michel Basquiat, il James Dean dell’ Arte Moderna, l’artista americano, che ha avuto per primo il merito di conferire la dignità di opere museali ai graffiti e alla Street Art. Un cocktail di eroina e alcool lo uccise nel 1988, all’età di 28  anni.

Jean-Michel Basquiat. Crown Hotel (Mona Lisa Black Background), 1982. Acrilico e collage di carta su tela montati su supporti di legno legati, cm 123,9 × 215,9. Private collection © The Estate of Jean-Michel Basquiat by SIAE 2016
Crown Hotel (Mona Lisa Black Background), 1982. Acrilico e collage di carta su tela montati su supporti di legno legati, cm 123,9 × 215,9. Private collection © The Estate of Jean-Michel Basquiat by SIAE 2016

Jean-Michel Basquiat, il globe trotter di Brooklin, incoronatosi Re in molti suoi autoritratti, con i suoi artigli afferra l’energia metropolitana di New York City e la impasta con la rievocazione profonda delle sue radici africane creando un universo di opere originalissimo e radicalmente primitivo, in stile arte tribale. Una frase sua celebre – ha concluso il curatore – era quella che diceva: “io non ho bisogno di andare in Africa, l’Africa è dentro di me”.

Angosciato dalle astrusità nella vita, Basquiat sublima l’arte nelle emozioni irrefrenabili della vita di strada, orchestra una raffica di gocciolature diluite e schizzi di colore con pennellate furiosamente espressioniste che dichiarano palesemente la sua spontanea e stupefacente natura coloristica. L’istinto animalesco di ribellarsi, l’aspirazione al riscatto trovano un linguaggio autoctono in sagome amorfe forgiate con un conio largamente influenzato dall’Art Brut di Jean Dubuffet, dall’Action painting e dai molteplici linguaggi mediatici.

Basquiat a Milano: dal ghetto alle stelle

Era semplicemente un giovane ribelle di colore che dal ghetto si era catapultato nella grande mela. Ex fidanzato di Madonna, preferito e sponsorizzato da Warhol che per primo lo scoprì, il creativo ragazzo di Brooklyn fin da bambino dimostrava grande passione per il disegno e la sua grafomania urlata ebbe inizio imbrattando i treni della subway newyorkese.

Jean-Michel Basquiat. John Lurie, 1982. Stick a olio su carta, cm 108,5 × 76,5. Mugrabi Collection
John Lurie, 1982. Stick a olio su carta, cm 108,5 × 76,5. Mugrabi Collection

Inserito poi nello star system delle gallerie della grande mela esplode in lui l’incessante impegno nella difesa delle minoranze di colore. La condizione storica di schiavitù, i pregiudizi razziali, la parità negata premono nel cuore di Basquiat che denuncia nelle sue tele le ipocrisie e i conflitti di una società che gli era ostile.

L’istinto di Basquiat, rispetto ai grandi artisti che si erano espressi con un linguaggio primitivo recuperandone alla buona le forme – come ha aggiunto Gianni Mercurio – è, invece, quello che lo porta a scavare più in profondità, usando la pittura per indagare sulle sue origini e la sua ancestrale negritudine.

“La corona che ricorre nei suoi dipinti richiama sul piano simbolico la regalità della cultura dei neri, ancora oggi tristemente negata, se non avversata” spiega lucidamente il curatore Gianni Mercurio nel saggio “Black is Black”, incastonato nel catalogo della mostra, prodotta da 24Ore Cultura. L’artista newyorkese, che fu anche un musicista appassionato, riuscì a portare quest’arte dall’underground della ricca Manhattan alle luccicanti luci della ribalta nelle gallerie d’arte.

Orari: lunedì: 14.30-19.30 – martedì/mercoledì – venerdì/domenica: 09.30-19.30 – giovedì e sabato: 9.30-22.30

Biglietti: 12,00 € Intero – 10,00 € Ridotto

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