Katarte / La poliedrica atmosfera dell’artista irlandese Pádraig Timoney

Distant Rockery, 2008 (part.)

La poliedrica atmosfera dell’artista irlandese Pádraig Timoney

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Madre – Museo d’arte contemporanea donnaregina – Napoli

dal 7 febbraio al 12 maggio 2014

Un ritorno simbolico a Napoli quello di Pádraig Timoney, l’artista di appena 36 anni, che ha eletto il capoluogo partenopeo come sua residenza e “laboratorio” dal 2004 al 2011, prima di trasferirsi a New York. E già soltanto il titolo della mostra è tutto un programma: rende omaggio a Napoli citando l’inizio di “O Cunto e Masaniello”, canzone del 1974 dalla Nuova compagnia di canto popolare… a lu tiempo de…. Una retrospettiva a metà di un percorso artistico con oltre cinquanta opere realizzate negli ultimi vent’anni. La prima mostra in assoluto che un’istituzione dedica all’artista irlandese, e c’è da essere orgogliosi che questa scelta sia stata fatta in Italia.

Barba lunga folta, capelli a coda di cavallo, l’aspetto che nell’immaginario comune è attribuito alla stesso tempo a un pacifista o a un terrorista, un aspetto che riflette l’estremismo di certezze non negoziabili.
Alcune persone leggono lo stile di Padraig come una minaccia, il suo look  trasuda una politica implicita. Ha scelto una immagine ben caratterizzata, ben sapendo quale effetto questo suo aspetto possa sortire .

Detroit, 2003
Detroit, 2003

Probabilmente i suoi primi anni di vita hanno influenzato sia la sua collocazione, sia il coraggio indispensabile a riprodurla. Nato nel 1968, cresciuto a Derry, Irlanda del Nord, Padraig Timoney è cresciuto in un ambiente in cui esisteva una situazione politica di complessa. Nella sua Irlanda la vita non era semplice ed ogni bambino è stato forgiato da esplicita motivazione di lotta, dolore e contesti contorti, deformati e snaturati.

Il lavoro di Pádraig Timoney affonda le mani in tutti i linguaggi tecnici, realizzando opere attraverso l’uso di strumenti espressivi eterogenei: pittura, scultura, installazione e fotografia; un universo visivo votato a una drastica poliedricità. Ad una “personale” di opere di Timoney si puo’ avere la netta sensazione di trovarsi ad ammirare una mostra collettiva, tanto diversi sono gli stili e le tecniche.

Ragzzo con cesto di frutta, 2005, olio su tela
Ragzzo con cesto di frutta, 2005, olio su tela

L’astrazione più esasperata si sposa al più veritiero foto-realismo, la gestualità ammicca a un’estetica quasi trascendentale, mentre una sapiente connessione con la storia dell’arte si amalgama con la cognizione esatta degli accenti più attuali della nostra cultura digitale. Timoney attacca radicalmente il concetto di “stile” unico e riconoscibile, facendo convivere ciò che di più è discordante. L’artista vive la politica come domanda in forma concreta, e tale distinzione dovrebbe essere marcata, caratteristica che non può essere ascritta a qualsiasi altro creativo.

L’ incongruenza che contraddistingue il lavoro di Timoney coincide con una strategia scrupolosa e ben consapevole, che sottolinea il desiderio di scandagliare l’arte in tutte le sue potenzialità estetiche e concettuali intersecando tra loro norme e stati d’animo contraddittori, giustificando così le svariate forme di una realtà’ e dei metodi con cui ci relazioniamo alle immagini.

Errigal Mug, 2006
Errigal Mug, 2006

L’illusorio eclettismo di Pa´draig Timoney affonda le radici in un’ampia serie di esperienze artistiche più o meno recenti, rivelando in questo modo una pratica colta, ma all’interno della quale lo spettatore è lasciato libero di interpretare il proprio orizzonte di significati. L’equivocità che l’artista irlandese vuole afferrare tra immagine, supporto e linguaggio, tra l’informazione visiva e la sua realtà fisica, richiama la corrente surrealista, dai paradossi visivi e linguistici di René Magritte alla qualità enigmatica dei materiali e delle forme di Max Ernst.

Robert Rauschenberg, Andy Warhol, Gerhard Richter e Sigmar Polke, solo per citarne alcuni, hanno influenzato la riflessione che l’artista ha maturato nella ricerca incisivamente fotografica di gran parte del proprio lavoro e il suo ossessivo sperimentalismo dei materiali e dei supporti. La ricchezza di questa riflessione è esplicita non soltanto in opere che rivelano un’immediata matrice fotografica – come Capass (2010) e Detroit (2003) – ma anche opere, come Diffraction GrateFalling Grills (2008) – e come in Stari Most (2007).

Please Touch, 2007, calco in peltro e alluminio cm. 51x70
Please Touch, 2007, calco in peltro e alluminio cm. 51×70

La tradizione europea della pittura informale e quella americana della pittura minimalista, infine, trovano un’eco nella profonda meditazione che Timoney rivela nei confronti dei processi e dei materiali, interpretati nella loro organicità, temporalità e mutevolezza. Ne sono un esempio numerose opere nelle quali la colla di coniglio – un materiale tradizionalmente usato in passato nella fase di preparazione delle tele e per impregnare le tempere – è mescolato ai pigmenti e diventa esso stesso colore, completando così un processo che fa parte integrante della pittura.

Egli ha sintetizzato l’inusuale percezione del proprio intuito per designare un percorso al mondo, cosa che lo ha guidato a cercare in tutti i modi l’azione. Intollerante, spontanea e smaniosa. Vola a Gerusalemme per raccogliere ragnatele, a Los Angeles compra una videocassetta vergine per poi riprendere un aereo e tornare indietro. Il suo dialogo creativo con il mondo, non è racchiuso nella concezione estetica comune e banale. Non si sottrae al ritmo della vita. Non domanda il permesso, non bussa alla vita prima di torchiarne l’umore intimo.

Timoney conosce il suo mestiere, si è laureato presso Goldsmiths, Università di Londra. I suoi “fallimenti” tecnici sono un gesto di rifiuto verso l’approccio tradizionale di un pittore, egli ambisce ad essere un artista non etichettato costretto dentro un determinato stile.

La mostra sarà accompagnata dalla più ampia monografia mai realizzata sul lavoro dell’artista, pubblicata da Electa e a cura di Alessandro Rabottini, contenente oltre 140 riproduzioni a colori e saggi critici di Gavin Delahunty, Head of Exhibitions and Displays alla Tate Liverpool, di Dominic Molon, Curatore per l’Arte Contemporanea al Rhode Island School of Design Museum, Providence, e del curatore della mostra.

Il lavoro di Pádraig Timoney é stato esposto presso prestigiose istituzioni nazionali e internazionali come il MART – Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, la Tate Gallery di Liverpool, l’Henry Moore Institute di Leeds, il Frances Young Tang Teaching Museum and Art Gallery di New York, Castel Sant’Elmo a Napoli, la Scottish National Gallery of Modern Art di Edimburgo, la Biennale di Liverpool e la Transmission Gallery di Glasgow.

Link: http: www.madrenapoli.it

 

 

 

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